Celebrazione presieduta in diretta televisiva a porte chiuse


“SEMPRE PIÙ UOMINI E DONNE DI COMUNIONE”

Il vangelo di questa domenica ci racconta due apparizioni di Gesù risorto ai suoi discepoli e il cammino di fede, la conversione, di Tommaso. Ci soffermiamo su questo secondo elemento della narrazione.
“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. A parlare così è Tommaso, incredulo, “la sera di quello stesso giorno”, il giorno di Pasqua.
“Mio Signore e mio Dio !”, è sempre Tommaso, questa volta credente, che professa la sua fede in Gesù risorto come suo Signore e Dio, “otto giorni dopo”, la domenica seguente.
Il giorno di Pasqua Tommaso non sta con gli altri discepoli, chiusi in casa per timore dei Giudei. Forse perché più coraggioso degli altri. Comunque, il fatto di non trovarsi con la comunità diventa per lui un ostacolo nel fare esperienza del risorto. Gesù risorto è possibile incontrarlo nella comunione di questa chiesa primitiva. Non importa se timorosa, se chiusa in casa con le porte sbarrate, se non al completo - certamente mancava Tommaso; Giuda, il traditore, non c’era più.
La comunione risulta la condizione più importante, anzi necessaria, perché Gesù si manifesti ai suoi discepoli.
Otto giorni dopo, Tommaso si trova con gli altri e può toccare, guardare, ascoltare il Risorto e, finalmente, fare la sua professione di fede.
A questo punto Gesù chiama in causa una nuova categoria di discepoli e li dichiara beati, siamo noi che, pur non avendolo toccato, visto, ascoltato fisicamente, crediamo in lui.
Anche oggi, però, la comunione è condizione necessaria per sperimentare la presenza di Gesù e credere in lui: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Ciò significa che, se non c’è comunione tra noi, non possiamo dire di credere in lui e di conoscerlo come nostro Signore.
La comunità ecclesiale, ci insegna l’evangelista Giovanni, per fare esperienza di Gesù, per credere in lui, per testimoniarlo, non ha prima di tutto bisogno di crescere nel tempo in genialità, intelligenza, strutture, strategie pastorali, abbondanza di proposte, cose tutte buone di per sé … ha bisogno prima di tutto, come condizione irrinunciabile, di crescere in comunione. Ha bisogno di uomini e donne di comunione. Ha bisogno che questa parola, comunione, molto presente nel nostro linguaggio verbale, si radichi nel nostro cuore e passi nel nostro linguaggio comportamentale.
È importante che ci verifichiamo avendo come riferimento la comunità primitiva, perseverante nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Stavano insieme, perseveravano insieme. Insieme! Non c’è altra modalità, altra strada, non possiamo illuderci. Questo avverbio, insieme, diventa verifica per la nostra realtà ecclesiale e la nostra vita di discepoli del Signore.
Quando non riuscissimo a definire con questa parola un’attività, un progetto, una esperienza; quando dovessimo trovare difficoltà ad attribuirla come caratteristica principale ad una parrocchia, ad una zona pastorale o all’intera diocesi, alla caratteristica delle relazioni tra laici, consacrati, diaconi, presbiteri, ciò significherebbe che l’esperienza di Gesù, la fede in lui, la testimonianza … risulterebbero come fondate sulla sabbia!
L’emergenza che stiamo vivendo, lo ripetiamo continuamente, ci sta insegnando a sentirci tutti sulla stessa barca, tutti uguali, sensibili nel prenderci cura gli uni degli altri, attenti soprattutto verso i più deboli. Diventi opportunità per crescere nella capacità di saper distinguere ciò che è essenziale e importante da ciò che non lo è; nella capacità di comprendere che andare per conto proprio, magari speditamente, o riuscire ad affermare la propria posizione, idea o proposta, magari geniale, conta meno rispetto alla ricerca di sintonie, al procedere insieme, in comunione. Ciò vale a livello mondiale ed europeo, a livello nazionale e regionale, provinciale o cittadino.
È un punto decisivo, e lo è ancora di più per la chiesa universale, per la nostra comunità diocesana, per le nostre parrocchie. Ci stiamo avviando verso una nuova normalità di vita e se, come discepoli di Gesù, vogliamo farci trovare pronti, è necessario diventare uomini e donne nuovi, cioè persone di comunione, capaci di vivere e camminare insieme.
Sarà questa la vera novità, degno frutto di tanti sacrifici, rinunce e sofferenze che tutti stiamo sopportando. Potremmo forse chiamare novità quella che dovesse ridursi ad una riformulazione degli orari dei nostri appuntamenti, al rispetto della distanza tra persone, all’uso di mascherine e guanti anche in chiesa, alla collocazione di dispenser igienizzanti nei nostri ambienti, alla pubblicazione di nuove norme liturgiche per garantire la sicurezza dei fedeli e permettere la celebrazione dei sacramenti nel rispetto dei decreti statali? Anche se necessario, tutto ciò costituirebbe un risultato scadente!
In altre parole, se veramente vogliamo trasformare questo tempo di prova in opportunità, mettiamoci subito all’opera e ciascuno faccia la propria parte rimuovendo ciò che ostacola la comunione e danneggia la comunità – isolamento, individualismo, critica e discredito verso gli altri, irrigidimento che diventa rinuncia all’accoglienza o al perdono – impegniamoci per una pronta conversione, come quella di Tommaso.
La Divina Misericordia, che in questa seconda domenica di Pasqua celebriamo come festa, sia per tutti noi luce che illumini oggi i nuovi cammini di domani; perdono per gli errori e per le ferite arrecate alla comunità ecclesiale; sostegno per cambiare vita ed essere autentici uomini e donne pasquali. La Divina Misericordia, come ci ha ricordato San Pietro nella seconda lettura, ci ricolmi di gioia, anche se ora dobbiamo essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, noi che amiamo Gesù, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, crediamo in lui!

Trani, 19 aprile 2020, Cattedrale

Mons. Leonardo D’Ascenzo
Arcivescovo