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Il
Brasile che cresce tra
ILLUSIONE E DISTRUZIONE
Sono
ormai passati 6 mesi dal mio ritorno da Santa Helena, tuttavia è pressoché inutile
tracciare il bilancio di una esperienza che ancora oggi non cessa
di essermi d’insegnamento. La mia condizione di giovane mi
ha messo di fronte una serie di problemi che non avrei creduto
di incontrare nei miei coetanei del terzo mondo. Già: primo
e terzo mondo così distanti eppure così ravvicinati
nell’esprimere il disagio giovanile. Inutile nasconderlo
ma, anche se ha il sapore della minestra riscaldata, mi duole dirlo, è il
modello occidentale ad influire negativamente sugli adolescenti
brasiliani. È bene innanzitutto sottolineare ciò che
a Santa Helena c’è, oltre quello che non c’è.
Infatti spesso il declino di un popolo dipende da ciò che
di sbagliato c’è. È bene saperlo, in ogni casa
del centro o lungo le strade principali (escludendo solo i villaggi
periferici) anche quelle costruite con paglia e fango, c’è la
televisione. Immessa a un prezzo relativamente basso sul mercato
(questo è ciò che i nostri politici chiamano investimenti
nel terzo mondo!), questo aggeggio infernale (mi si passi il termine)
non fa che trasmettere propaganda elettorale (in Brasile ci sono
vari tipi di elezioni perciò si vota quasi tutti gli anni),
partite di calcio e telenovelas.
Conseguenza
di ciò è che la maggior parte dei giovani sogna null’altro
che diventare calciatore o, nel caso femminile, attrice o indossatrice.
Diverse ragazze mi consegnavano delle foto affinché le mostrassi
a qualche stilista italiano, oppure diversi ragazzi chiedevano delle
raccomandazioni per entrare nella Juventus. Purtroppo per loro la
televisione può arrivare in ogni posto, ma nè io nè tanto
meno loro possono arrivare alla televisione o a San Siro. La presa
di coscienza di questo, che di solito avviene a 19 anni, ha conseguenze
gravissime in quanto nel loro immaginario non c’è l’alternativa
di un onesto lavoro per sfamare una famiglia (un lavoro che tra l’altro
manca, ma questo è un altro problema).
Ancora più grave la situazione della donna che, non avendo
alcuna forma di emancipazione, diventa succube dell’uomo, al
quale non oppone null’altro che un silenzio ossequioso; così stupri
non denunciati e ragazze madri abbandonate sono all’ordine
del giorno. Eppure c’è una speranza in quell’angolo
sperduto del pianeta che è Santa Helena, la speranza di Gesù che
si manifesta attraverso l’opera dei missionari. Non sono
supereroi. Ma uomini, uomini con una forte dignità, che stanno
con i piedi per terra, che passo dopo passo tentano di costruire
una coscienza
diversa per questa gente. Così è sorto il progetto
agricolo il cui principale scopo è quello di insegnare l’etica
del lavoro, e proprio in questi giorni sta per essere terminata una
scuola parrocchiale. Il valore di questa iniziativa è inestimabile,
si potrà finalmente educare fin da bambini alla dignità e
soprattutto si potrà far conoscere loro diritti e doveri.
Un insegnamento spesso volutamente dimenticato dalle scuole comuni,
il cui scopo è far vivere l’individuo nella stupidità e
nell’incoscienza. Ma il sogno di Don Mario e Don Savino è quello
di usufruire della struttura anche come circolo ricreativo, fornendo
una valida alternativa alla droga per i giovani. Tuttavia come ho
compreso chiaramente, questo lavoro non è semplice. Come raccontava
Don Mario, la delusione è dietro l’angolo in quanto
il mondo della televisione (ossia industriale-consumistico), dispone
di una forte attrattiva rispetto all’etica del lavoro di Nino
Ciliento (il missionario laico responsabile del progetto agricolo).
Da parte nostra non possiamo che pregare e dar fiducia alla Volontà,
alla Fede e alla Carità di questi uomini.
Ruggiero
Gorgoglione