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Dicembre 2008 don Mario Pellegrino

Questo per voi il segno:
un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia

Una riflessione sul Natale di Don Mario Pellegrino, parroco di Santa Helena - Brasile

Attraverso internet, ho letto che durante la preghiera dell'Angelus, Benedetto XVI ha ammonito la società dei consumi. “Il Natale subisce purtroppo una sorta di inquinamento commerciale, che rischia di alterarne l'autentico spirito”, ha detto il Papa ai numerosi fedeli intervenuti.

Per vivere le feste nella giusta maniera, ha sottolineato Benedetto XVI, è importante che il Natale sia preceduto dalla festa dell'Immacolata “che meglio di chiunque altro può guidarci a conoscere, amare, adorare il Figlio di Dio fatto uomo”. “Lasciamo dunque che sia Lei ad accompagnarci - ha proseguito Ratzinger - siano i suoi sentimenti ad animarci, perché ci predisponiamo con sincerità di cuore e apertura di spirito a riconoscere nel Bambino di Betlemme il Figlio di Dio venuto sulla terra per la nostra redenzione”. “Camminiamo insieme a Lei nella preghiera - ha detto ancora il Papa - e accogliamo il ripetuto invito che la liturgia dell'Avvento ci rivolge a restare nell'attesa, un'attesa vigilante e gioiosa perché il Signore non tarderà: Egli viene a liberare il suo popolo dal peccato”.

Infine, il pontefice ci invita a mantenere viva la tradizione del Presepe: “Può aiutare a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell'umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale da ricco che era, si è fatto povero per noi - ha detto Ratzinger ai fedeli - La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell'angelo: 'Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia’ “. “Non c'e' altro Natale - ha concluso il Pontefice - Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila”.

Ed, invece, se ci guardiamo attorno, nelle vetrine addobbate a festa e sulle vie della nostra città, niente parla per noi: “Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”, al contrario tutto parla di “consumo”: dolci, panettoni, torroni, babbi natali, illuminazioni colorate, musiche che invitano all’acquisto, ecc. Anzi, a volte penso che il nuovo Impero Romano, la nostra società dei consumi, con destrezza ed abilità, abbia sottratto alla Chiesa la festa di dicembre, celebrando nuovamente la “sua” festa del dio Sole, attraverso la sfrenata corsa allo shopping natalizio, a detrimento del Sole Gesù Cristo.

Ora sono convinto che ognuno di noi, nel profondo del cuore, vorrebbe non scegliere il regalo perfetto, ma un’emozione perfetta da donare a chi amiamo. E l’emozione può essere data non solo dagli oggetti ma anche dai pensieri: una lettera che parli al cuore, una foglia speciale trovata in natura, un oggetto creato dalle nostre mani come segno per “abbracciare” il nostro prossimo, possono più di qualsiasi altro regalo comprato in un negozio, suscitare l’emozione del prossimo. Perché come dice la pubblicità di mastercard, certe cose non si possono comprare…

Se è vero che da ogni cosa si può trarre ispirazione per una preghiera, mi viene da pregare così: Signore, in questo natale, dammi una mano in modo che fra tutte queste cose io almeno possa dire: Fa che porti dolcezza dove la vita sa di amaro, che porti calore e amicizia dove c’è fredda solitudine. Padre buono, fa che sia segno di pace nelle case dove abita unicamente odio e che possa scaldare del senso di vivere i cuori infreddoliti dalla morte dell’indifferenza. Amato Gesù fa che conoscendo me, gustino Te!...

Perchè, non dobbiamo dimenticarlo, il consumismo “consuma” la festa, la anticipa e in un modo del tutto particolare la esaurisce; quando questa arriva è come se sia stata già vissuta: non c’è più desiderio, né attesa, né speranza. E tanto meno gioia.
E così ci dimentichiamo che se Dio non avesse amato gli uomini, non avrebbe inviato sulla Terra il loro Salvatore. Che Dio ami gli uomini sembra scontato. Li ama incondizionatamente, non sotto la condizione di essere ricambiato.

Però noi siamo più strani. Manifestiamo poca riconoscenza nei riguardi del grande dono del Salvatore che Dio ci manda e nello stesso tempo festeggiamo il Suo Natale al massimo, ma così al massimo che presi dalla frenesia della festa, ci dimentichiamo la sua consistenza. Ripeto: vetrine piene e spettacoli, luci a disegnare cristalli di neve e stelle filanti, pacchi e pacchetti, regali d’oro sotto un albero ricco di addobbi lucenti e tavole imbandite con rosse tovaglie. Ma che festa è? E’ Natale?!? Non lo so. Mi sento solo di dire che è una festa. La più reclamizzata dell’anno. Capirne le origini è arduo. Quello che conta è che ci sia. Il Festeggiato può essere dimenticato.

E così ci adeguiamo a frasi come: “O il Natale è consumistico o non è Natale!”. Chi ne conosce l’origine inorridisce di fronte a tanta stoltezza. Però, a pensarci bene, sia che gli uomini sappiano, sia che non sappiano cosa significa Natale, cosciente o non cosciente è un omaggio a Dio, una festa di cui Dio si serve per fare scintillare il mondo in un giorno di gioia degli uomini che Lui ama. La Festa è grande anche per opera di chi non sa di che festa si tratta. E come tale attraversa il mondo da Est a Ovest, da Nord a Sud, come se fosse compiuto il comando di Cristo: “Andate e diffondete la Buona Novella in tutta la Terra”.

Mi piace concludere questa riflessione ricordando quanto Isidoro di Siviglia diceva sulla speranza: “Spes viene da piede”, perché? perché la speranza è quella che fa camminare, che fa andare; essere disperati è come tagliarsi un piede e non potersi più muovere. Infatti, se si vuole essere sicuri si deve necessariamente restare chiusi nella propria casa, e allora sperare non ha più senso. Sperare di essere sicuri, è una contraddizione in termini.

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, per sperare anche nel restituire il vero volto del Natale, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di “rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro” (1 Pietro 3,15).
Ora, la sorgente della nostra speranza è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca soprattutto a partire da una mangiatoia.

sac. Mario Pellegrino