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marzo 2003 don Mario Pellegrino

Pasqua
Globalizzazione della speranza

Una lettera di don Mario Pellegrino parroco di Santa Helena in Brasile

Carissimi,
da più parti sento dire che viviamo un tempo di transizione. È vero, sono morte le utopie e le speranze del passato e non sono nate ancora le alternative del XXI secolo. Però questo periodo non può limitarsi ad essere solo un tempo di attesa passiva, di confusione o disperazione.

Come dice un detto popolare locale: “Vale più accendere una candela che maledire le tenebre”; questo tempo di transizione insomma deve essere un tempo profondo e creativo per la formazione di persone e di comunità che in un futuro prossimo possano essere soggetti creatori di spazi vitali che ci consentano di definire nuove alternative, speranze e utopie capaci di orientare la storia verso una società che sappia accogliere tutti e tutte. Per fare questo è importante interrogarci dove passa oggi la speranza del popolo escluso e povero. Nel passato, infatti, la speranza era collocata nella politica, come potere capace di trasformare in maniera radicale il sistema.
Attualmente l’economia internazionale tende a determinare tutto, lasciando poco spazio alle decisioni locali o nazionali, con conseguente corruzione delle classi politiche dominanti e della politica in sé. Di fronte ad una simile realtà i vescovi del Brasile scrivono, in occasione della “campagna della fraternità” di quest’anno: “Cresce nel popolo la convinzione che le grandi decisioni stiano nelle mani di pochi privilegiati e che i politici non sono promotori efficaci del bene comune, ma strumenti passivi della volontà delle grandi imprese. Il cittadino si trasforma in puro spettatore. Il risultato più perverso di tutte queste cause della crisi sociale attuale è il fenomeno dell’esclusione; ciò significa che l’attuale sistema economico-politico, che finora era criticato per lo sfruttamento della massa dei lavoratori, tende adesso a rifiutarli perché non necessari e disinteressanti come consumatori di basso reddito. Anzi, si arriva a vederli come pericolosi per la società e a considerarli come criminali in potenza, dopo averli emarginati”. Per ridare speranza al popolo è necessario che come Chiesa si realizzi un distanziamento positivo dal potere politico-economico: i settori oppressi ed esclusi dalla globalizzazione economica devono incontrare in una Chiesa che opta per la vita di tutti uno spazio significativo di partecipazione e di vita. Non siamo veri cristiani se rimaniamo in testa, se continuiamo ad essere i primi e ci limitiamo ad aiutare la coda, a sovvenzionare gli ultimi solo mettendo mani al portafogli senza cambiare il sistema in cui viviamo. Stare con gli ultimi significa lasciarsi coinvolgere dalla loro vita, condividere la loro povertà e la nostra ricchezza, guardare le cose dalla loro parte, parlare il loro linguaggio. Significa aiutarli a crescere, rendendoli protagonisti del loro riscatto e non destinatari delle nostre strutture assistenziali. Quante volte questa esperienza missionaria mi ha provocato e fatto capire che se vogliamo aiutare veramente tutti gli esclusi di questo sistema neoliberale che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più miseri ed esclusi, dobbiamo anche noi essere una “Chiesa esclusa”, non accettata da questa società.
È quanto mi faceva capire uno dei tanti poveri di Santa Helena quando, aiutato da me per l’ennesima volta, obiettava alla mia frase: “Ti com-prendo!”, dicendomi: “Padre, ma tu cosa puoi capire della mia situazione. Fino a quando tu sarai ben accetto da tutti, un potente, non puoi capire cosa passa sulla mia pelle, i sentimenti che vivo. A volte mi sento peggio di una busta di rifiuti, perché almeno per i rifiuti c’è un trattore che passa a raccoglierli, ma per me non c’è nessuno che si prenda veramente cura di me, che possa prendermi con lui (=com-prendere)”.
Sì, è vero, come Chiesa siamo diventati una Chiesa della ripetitività della Parola, dove l’accento è posto sulla ripetizione delle cose che diciamo (a volte senza crederci pienamente...) e non sulla Parola che salva. Quante volte abbiamo detto, ad iniziare da me, che bisogna aiutare gli esclusi, aver cura degli altri, ma poi ci creamo una corazza di pietra che avvolge non solo il nostro cuore, ma anche tutto il nostro corpo (perfino gli occhi per non vedere, le orecchie per non sentire...) e così tutto ci sembra “normale”: le sofferenze, le ingiustizie, le oppressioni... è quasi lo scotto “normale” che dobbiamo pagare per il “progresso” (?); poco importa poi se sono sempre gli altri a dover pagare questo caro prezzo. Qualcuno potrebbe obiettarmi: “Ma io aiuto i poveri, partecipo alla Caritas parrocchiale...”. Sì è vero, attenzione però a non cadere nella tentazione di “giocare” a fare gli ultimi, come se fossimo degli “attori” o dei “mestieranti”, per cui, una volta finito “l’orario di lavoro”, si torna a essere ... normali, la Chiesa normale, di sempre, magari in prima fila: ci si fa ultimi non per smania di evidenza o per stare sulla cresta dell’onda, ma per rispondere alla nostra vocazione. “Con gli ultimi e con gli emarginati, potremo tutti recuperare un genere diverso di vita. Demoliremo, anzitutto, gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco... Riscopriremo poi i valori del bene comune... Ritroveremo fiducia nel progettare insieme il domani... e avremo la forza di affrontare i sacrifici necessari, con un nuovo gusto di vivere”, è scritto nel documento “Chiesa italiana e prospettive del paese”.
Spesso mi dico che per non lasciarmi provocare ho reso Gesù Cristo una specie di eroe, dimenticando che Egli rinunciò a tutti i suoi privilegi (divini) e si fece uomo come noi, creatura umana; abbracciò la croce di tutte le ingiustizie della storia, morì, discese agli inferi e resuscitò.
Anche noi siamo chiamati, se vogliamo veramente vivere la nostra Pasqua, ad abbracciare le croci delle ingiustizie di oggi (e quante se ne incontrano anche in Italia), morire a tutti i nostri privilegi e tornaconti (anche economici), discendere negli inferi degli esclusi (fino a sentire la puzza della loro pelle, della loro vita), e resuscitare come Chiesa degli esclusi. Siamo chiamati ad essere il “resto” che la società dei consumi oggi fa morire e centrare tutta la nostra vita, proprio come il “resto di Israele”, intorno alla fede nel Dio della vita, della condivisione, della giustizia, della pace, della solidarietà.
Proprio in questi giorni meditando sulla seconda lettera ai Tessalonicesi (2,1-12), facevo una riflessione sull’attuale situazione. E pensavo che l’idolatria del mercato è oggi quel “mistero di ingiustizia” presente nel mondo, quella forza dell’errore che ci fa credere nelle bugie dei potenti e non nella verità. Il testo parla che davanti a questo mistero della ingiustizia, esistono due possibilità: l’apostasia o la pratica della verità che sola può sconfiggere il mistero dell’ingiustizia. L’apostasia credo che possa essere oggi interpretata nell’abbandono totale all’idolatria del mercato, all’ideologia neoliberale.
L’altra possibilità è la pratica della verità: è possibile sconfiggere l’anticristo e resistere al mistero dell’ingiustizia. Chi lo può sconfiggere sono oggi coloro che praticano la giustizia e la verità, quelli che difendono la vita, coloro che vogliono costruire una società dove siano “inclusi” tutti e tutte. Ciò che sconfigge l’anticristo o il mistero dell’ingiustizia è la resistenza culturale, etica e spirituale al sistema idolatrico della globalizzazione neoliberale, è la comunità cristiana che crede nella globalizzazione della speranza, la Chiesa che resiste all’idolatria del mercato e crede nel Dio della vita.
Che questa Pasqua, allora, possa restituire a noi e a tutti la gioia di sperare, credere e lottare per un mondo più giusto: tutto questo dipende da NOI INSIEME.
Buona Risurrezione a tutti, vostro Mario