Più Parola, meno parole!

OMELIA nella MESSA CRISMALE Mercoledì Santo 1 aprile 2026 CATTEDRALE DI TRANI

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Più Parola, meno parole!

OMELIA nella MESSA CRISMALE

Mercoledì Santo – 1 aprile 2026
Cattedrale di Trani

 

In quel tempo, Gesù venne a Nazaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga». Anche oggi, secondo il suo solito, Gesù viene in mezzo a noi nella Parola e nel pane e vino consacrati. È bello ritrovarci come Chiesa di Trani-Barletta-Bisceglie, insieme a Lui, per la celebrazione della Messa del Crisma. È bello incontrarci, salutarci, sentirci chiamati a testimoniare il nostro essere Chiesa e, per noi preti, il nostro essere presbiterio.

Nella sinagoga di Nazaret, come abbiamo appena ascoltato dal vangelo di Luca, Gesù è il personaggio centrale. Si alza in piedi, legge il rotolo del profeta Isaia e conclude dicendo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». È lui il Cristo, l’Unto, il Messia, il compimento della storia della salvezza.

«Gli occhi di tutti erano fissi su di lui». Anche noi vogliamo fissare il nostro sguardo su Gesù, centro della nostra esistenza, desideriamo ascoltarlo. Quanto è importante, e a volte disatteso, l’ascoltarlo. Se questo tempo, questo mondo, la nostra Chiesa, lasciassero di più parlare Gesù e fossero capaci di maggiore silenzio, ascolto, sicuramente qualcosa cambierebbe in meglio. Abbiamo bisogno di più silenzio come condizione perché Gesù, Parola del Dio vivente, possa essere ascoltato. Potremmo esprimere questo concetto con una frase: più Parola, meno parole! Non possiamo sostituirci a lui e non dobbiamo dimenticare che uno solo è il Maestro e noi siamo suoi discepoli.

Sono importanti, a questo proposito, le parole di Papa Leone XIV nel Messaggio per la Quaresima 2026 quando ci invita al «digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro» e con ciò «rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno».

Inquietudini e distrazioni ci portano alla dispersione dei cuori, ad essere più impegnati nel collocare noi stessi, le nostre posizioni al centro anziché riconoscere e accogliere la centralità del mistero di Dio, con grande danno e impoverimento per la nostra vita ed esperienza di fede. Teniamo conto che mistero, nel linguaggio biblico e liturgico, non indica una realtà incomprensibile, inaccessibile, oscura. Mistero significa abbondanza, ricchezza, eccedenza che supera sempre la nostra capacità di comprensione, di accoglienza. Dio è mistero perché è sempre oltre ciò che siamo stati capaci di comprendere o di sperimentare nella relazione con Lui. È novità, sempre novità, che ci chiama alla continua conversione per essere capaci di accogliere ciò che è nuovo e domanda cambiamento.

Il Vangelo di questa sera è un insegnamento sulla persona di Gesù e sulla missione che è chiamato a compiere. È venuto «a portare il lieto annuncio ai miseri», «a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore». Gesù si dona a noi per amore, totalmente, fino alla morte, per la nostra salvezza. È questo il Suo sacerdozio, la Sua regalità, la Sua profezia. A questa missione, in forza del sacramento del Battesimo che ci ha consacrati e inseriti nel Suo corpo, siamo chiamati a partecipare, tutti insieme, come popolo regale, sacerdotale e profetico.

La missione, vissuta come prossimità, è proprio il tema che abbiamo approfondito nei giorni del Convegno pastorale ad ottobre. Ci siamo lasciati orientare dalle parole di Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium al numero 273: «Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri».

Questa sera preghiamo anche per il sacerdozio ministeriale, per tutti i nostri presbiteri che tra poco risponderanno a questa domanda: «Volete unirvi e conformarvi intimamente al Signore Gesù, rinunciando a voi stessi e rinnovando i sacri impegni che, spinti dall’amore di Cristo, avete assunto con gioia verso la sua Chiesa nel giorno della vostra ordinazione sacerdotale?». È un rinnovare quanto hanno promesso il giorno dell’ordinazione sacerdotale perché continuino a sentire la chiamata a testimoniare con gioia la loro intima unione alla vita del Signore e gli impegni verso la sua Chiesa.

Mi piace ricordare che quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco. Permettetemi di richiamare una considerazione del Dicastero per il clero che, credo, sia importante per ciascuno di noi: «San Bonaventura, che era insieme a san Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi dell’Università, non esita a parlare della teologia e della scienza di Francesco, considerandola molto superiore a quella dei maestri dell’Università… Francesco fu il più grande teologo del suo tempo, teologo nel senso più alto, cioè colui che conosce Dio alla misura del suo amore, secondo le parole di Giovanni: “Colui che ama è nato da Dio e conosce Dio, mentre colui che non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è Amore” (1Gv 4/7-8)». Il modo di essere teologo da parte di San Francesco è quello di «spiegare la Parola con la sua vita, vivendo pienamente il Vangelo nella Chiesa, con l’approvazione del Papa» (https://www.clerus.org/clerus/dati/2002-01/23-999999/P2.html).

Racconta ancora San Bonaventura che «una volta i frati gli chiesero se aveva piacere che le persone istruite, dopo essere state accolte nell’Ordine, si applicassero allo studio della Scrittura; ed egli rispose: «Ne ho piacere, sì; purché, però, sull’esempio di Cristo, di cui si legge non tanto che ha studiato quanto che ha pregato, non trascurino di dedicarsi all’orazione e purché studino non tanto per sapere come devono parlare, quanto per mettere in pratica le cose apprese, e, solo quando le hanno messe in pratica, le propongano agli altri» (FF 1188). In conclusione, l’augurio pasquale che desidero rivolgere alla nostra Chiesa di Trani-Barletta-Bisceglie è quello di essere tutti teologi. Tutti teologi nel senso più alto: conoscitori di Dio alla misura del suo amore e, per questo, capaci di spiegare la Parola con la nostra vita in comunione con tutta la Chiesa.