QUANDO LA VIOLENZA DIVENTA SPETTACOLO!

Un fallimento educativo prima che sociale

C’è una violenza che fa più rumore delle altre. Non perché sia nuova, ma perché è esibita, filmata, condivisa. E quando a subirla è una persona disabile, quel rumore diventa uno schiaffo alla coscienza collettiva.
A Trani, in pieno centro cittadino, un uomo di 33 anni con disabilità è stato brutalmente aggredito da un ragazzo di appena 16 anni.
Il motivo? Uno sguardo. Uno di quelli che, in una società adulta, si ignorano. In una società fragile, invece, diventano pretesto per distruggere. Calci, pugni, spinte contro un’auto e contro un muro. La vittima a terra che cerca di proteggersi. E qualcuno che riprende tutto con il telefono. Qui non siamo davanti solo a un reato. Siamo davanti a un messaggio culturale devastante.
La violenza adolescenziale non è un episodio isolato. Chi pensa che questi siano “casi limite”, si sbaglia. Le statistiche parlano chiaro: crescono le forme di violenza tra adolescenti, sia verbale che fisica. Crescono l’hate speech, l’umiliazione pubblica, la logica del branco, la violenza come risposta emotiva immediata.
Ma attenzione: la violenza non nasce dai social, non nasce solo dalla rabbia, non nasce “dal nulla”. I social amplificano. La rabbia accelera. Ma la radice è più profonda.
Un nodo scomodo: il modello genitoriale democratico-permissivo. Negli ultimi anni si è affermato un modello educativo che molti definiscono “democratico”, ma che spesso è diventato permissivo. Un modello che: evita il conflitto educativo, confonde il dialogo con l’assenza di regole, scambia l’ascolto con la rinuncia all’autorità, ha paura di dire di “no”. Il problema non è la democrazia educativa. Il problema è l’assenza di limiti.
Un adolescente senza confini: non impara a gestire la frustrazione, non tollera il rifiuto, vive ogni contrarietà come un affronto personale, trasforma l’emozione in azione impulsiva. E quando la rabbia non incontra argini educativi, diventa violenza.
Mettiamo in discussione una convinzione diffusa.
C’è un’idea rassicurante che circola: “Sono ragazzi, passerà.” No! Non passa da sola! Senza regole interiorizzate, senza responsabilità, senza conseguenze chiare, la violenza si struttura, non si spegne.
Un sedicenne che picchia un uomo disabile per uno sguardo non è “solo immaturo”. È il prodotto di un sistema che: ha smesso di educare al limite; ha rinunciato alla fatica del ruolo genitoriale; ha preferito essere amico piuttosto che adulto.
Dirlo non significa colpevolizzare i genitori. Significa richiamare tutti a una responsabilità condivisa. Un problema sociale, ma prima ancora educativo. Questo episodio non riguarda solo Trani. Riguarda tutti noi. Riguarda il modo in cui educhiamo alla gestione delle emozioni, il valore che diamo alla fragilità, il rispetto dell’altro, il coraggio di porre confini chiari.
Una società che non insegna il limite prepara il terreno alla violenza. Una comunità che non protegge i più fragili si disumanizza. Una domanda che non possiamo evitare. La vera domanda non è: “Come è possibile che un ragazzo abbia fatto questo?”. La domanda è più scomoda: Che adulti stiamo formando? Perché l’educazione non serve a rendere i figli felici oggi. Serve a renderli responsabili domani. E senza responsabilità, la libertà diventa pericolo.

Leonardo Trione
Psicologo e scrittore