Corato, costruire la pace partendo dalle parole: «Custodire l’umano per ritrovare verità e comunità»

Dall’incontro promosso da Legambiente un invito a ripensare il ruolo dei media e dei cittadini. Pace, verità, comunicazione libera e transizione sociale al centro del confronto, con il richiamo all’eredità civile di Tommaso Fiore.

CORATO – La pace non si costruisce soltanto nei luoghi in cui risuonano le armi. Si costruisce nelle città, nelle relazioni, nelle scelte quotidiane e persino nel modo in cui raccontiamo ciò che accade. È uno dei messaggi emersi dall’incontro pubblico “Alta Murgia, Laboratorio di Transizione e Pace. Il ruolo dei media e dei cittadini per una nuova cultura civica”, svoltosi il 10 settembre in piazza Vittorio Emanuele a Corato.

L’appuntamento, inserito nella rassegna “Orizzonti d’estate: lo sguardo oltre, l’impegno qui” e promosso dal Circolo Legambiente “A. Vassallo” di Corato in collaborazione, tra gli altri, con Legambiente Puglia e gli uffici Cultura e Comunicazioni sociali e Pace, lavoro e salvaguardia del Creato dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, ha rappresentato anche una tappa di avvicinamento alla marcia Gravina-Altamura del prossimo 24 ottobre.

A confrontarsi sono stati Laura Marchetti, docente di Pedagogia interculturale e Antropologia all’Università Mediterranea di Reggio Calabria; Daniela Salzedo, presidente di Legambiente Puglia; Vito Micunco, portavoce del Comitato per la Pace della Provincia di Bari; Michela Di Trani, giornalista e presidente regionale UCSI Puglia; Giovanni Capurso, del direttivo del Centro Studi Pax Christi nazionale, e Giuseppe Faretra, giornalista e presidente del Circolo Legambiente “A. Vassallo” di Corato.

Custodire l’umano in un tempo di conflitti

Tra i temi che hanno attraversato il confronto, uno appare particolarmente urgente: custodire l’umano.

In una società segnata da guerre, contrapposizioni e linguaggi sempre più aggressivi, parlare di pace significa prima di tutto recuperare la centralità della persona. L’altro non può trasformarsi semplicemente in un avversario da sconfiggere, in un numero o in un’etichetta.

Essere costruttori di pace, allora, non significa limitarsi a dichiararsi contrari alla guerra. Significa lavorare quotidianamente per ricucire relazioni, educare all’ascolto, riconoscere le differenze e creare comunità capaci di affrontare il conflitto senza trasformarlo in odio.

Ed è proprio qui che cittadini, associazioni, istituzioni, mondo educativo e informazione possono assumere una responsabilità comune.

La verità e la responsabilità di chi comunica

Un ruolo centrale è stato attribuito alla comunicazione.

In un tempo nel quale una notizia può raggiungere milioni di persone in pochi minuti, la velocità non può sostituire la verifica. La ricerca della verità rimane uno dei compiti fondamentali del giornalismo.

Ma una comunicazione libera non è soltanto quella che non subisce censura. È anche una comunicazione capace di sottrarsi alla ricerca esasperata del consenso, alla polarizzazione e alla logica secondo cui paura, rabbia e indignazione debbano diventare necessariamente strumenti per conquistare attenzione.

Da qui il richiamo a dire no a una sorta di “terrorismo mediatico”, inteso come quella comunicazione che esaspera paure e conflitti, trasforma ogni fatto in emergenza e rischia di lasciare il cittadino in una condizione permanente di allarme.

Raccontare un problema non significa nasconderne la gravità. Al contrario, significa descriverlo nella sua complessità, verificando le fonti, contestualizzando i fatti e lasciando spazio anche alle possibili risposte.

La pace passa anche dalle parole che scegliamo.

Una parola può creare un muro oppure aprire un dialogo. Può alimentare un pregiudizio oppure aiutare a comprenderlo. Può trasformare una differenza in uno scontro oppure in un’occasione di confronto.

Dalla transizione ambientale alla transizione sociale

Il riferimento all’Alta Murgia come “laboratorio di transizione e pace” allarga inoltre la riflessione oltre la dimensione strettamente ambientale.

Non può esserci una vera transizione ecologica senza una parallela transizione sociale.

Custodire un territorio significa certamente proteggere ambiente, paesaggio e risorse naturali, ma significa anche prendersi cura delle persone che quel territorio lo abitano: delle fragilità, del lavoro, delle disuguaglianze, dell’accesso ai diritti e della possibilità di partecipare alla vita della propria comunità.

Ecologia ambientale ed ecologia umana finiscono così per incontrarsi.

E la pace diventa qualcosa di estremamente concreto: una società più giusta, inclusiva e capace di non lasciare indietro nessuno.

L’attualità di Tommaso Fiore

Nel corso delle riflessioni è emerso anche il riferimento a Tommaso Fiore, intellettuale e meridionalista pugliese che fece della conoscenza delle condizioni reali delle popolazioni del Mezzogiorno uno degli elementi centrali del proprio impegno civile.

Il suo pensiero conserva una particolare attualità proprio quando si parla di cittadinanza e territorio: guardare una comunità partendo dalle persone, dalle condizioni materiali nelle quali vivono e dalle disuguaglianze che rischiano di comprometterne la dignità.

Richiamare oggi quella lezione significa ricordare che il cambiamento difficilmente può essere imposto dall’alto. Ha bisogno di cittadini consapevoli, capaci di conoscere il proprio territorio, partecipare e assumersi una parte di responsabilità nella sua trasformazione.

La pace comincia vicino a noi

Forse è proprio questo il messaggio più interessante lasciato dalla serata di Corato.

Siamo abituati a pensare alla pace come a qualcosa che riguarda soprattutto governi, diplomazie e grandi scenari internazionali. E certamente è così. Ma esiste anche una pace che dipende da ciascuno di noi.

È quella che passa dal modo in cui discutiamo con chi la pensa diversamente, dall’informazione che decidiamo di condividere, dalla capacità di verificare una notizia prima di rilanciarla, dal rispetto delle persone e dalla disponibilità a prenderci cura dei luoghi nei quali viviamo.

Essere costruttori di pace significa allora non restare semplici spettatori.

Per il giornalismo la sfida è altrettanto impegnativa: raccontare la realtà senza edulcorarla, ma senza trasformare la paura in un prodotto; cercare la verità senza rinunciare all’umanità; essere liberi senza dimenticare la responsabilità delle proprie parole.

Perché custodire il territorio significa, prima ancora, custodire l’umano.

E forse è proprio da qui che può iniziare quella nuova cultura civica evocata a Corato: uno sguardo capace di andare oltre, accompagnato dall’impegno concreto di restare qui.

Stefano Patimo

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