MAGNIFICA HUMANITAS L’enciclica di Papa Leone XIV

a cura di Pietro di Biase

Un’enciclica sociale è destinata a fecondare nel tempo l’impegno del cristiano nella società, in quanto alimenta la riflessione e la crescita della comunità. Così è per la Magnifica Humanitas di Leone XIV, il cui sottotitolo indirizza lo sguardo «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Proprio quando la velocità del silicio sembra voler ridefinire i confini stessi dell’umano, Papa Leone propone una nuova forma di umanesimo digitale. Se nel 1891 la Chiesa rispondeva alla questione operaia generata dalla rivoluzione industriale, oggi Leone XIV affronta la questione umana posta dalla rivoluzione digitale.

L’umanità, infatti, si trova ad un bivio: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme: di fronte al rischio di un mondo disumano e sempre più ingiusto, bisogna far maturare e consolidare principi cardine come la custodia della dignità umana, la promozione della giustizia e della fraternità. Se l’intelligenza artificiale tende a presentarsi come una scatola nera sempre più potente, il Magistero della Chiesa interviene per rimettere al centro l’antropologia cristiana.

Il documento pontificio si snoda in un itinerario che si avvia con una rilettura della Dottrina sociale della Chiesa, da cui attingere i criteri necessari per affrontare le sfide poste dall’intelligenza artificiale. Ed è il terzo capitolo ad approfondire la tematica della «Grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’intelligenza artificiale».

Già Papa Francesco denunciava la tendenza a lasciarsi governare nelle scelte personali dalla logica dell’efficienza e del profitto, guardando alla creazione come oggetto di sfruttamento e alle persone come ingranaggi di un sistema sempre più performante. Questo modello si è ulteriormente diffuso grazie alla intelligenza artificiale, che si fa ancor più minacciosa con la concentrazione del potere digitale nelle mani di pochi attori economici e tecnologici. A fronte di tale scenario dobbiamo chiederci se la tecnologia digitale «favorisca davvero partecipazione e responsabilità, protegga i più fragili, assicuri un accesso equo alle opportunità e resti ordinato al bene di tutti».

Affidare ad un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no fa venir meno «la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così, l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono, non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte». Serve pertanto prudenza nell’uso dell’IA, servono norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti, «altrimenti il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo».

Per Leone XIV bisogna “disarmare” l’IA, cioè sottrarla alla logica della competizione finalizzata a consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri: «disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano». Essa è fatta per servire la vita e la persona umana. La qualità di una civiltà non si misura dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di prenderci cura gli uni degli altri.

Nefaste le possibili derive di correnti di pensiero come il “transumanesimo” e il “postumanesimo”, cioè l’aspirazione a incrementare prestazioni e capacità e a prospettare una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente: «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie».

Nel mondo d’oggi non si accetta tutto ciò che appare come “limite”, visto come difetto da correggere, non considerando che proprio nel nostro essere limitati trovano spazio la compassione, l’attenzione ai bisogni degli altri, la generosità, l’esperienza spirituale, l’incontro con Dio.

La nascita di organizzazioni internazionali come l’ONU, eventi come la fine dell’apartheid in Sudafrica, la testimonianza di figure come San Massimiliano Maria Kolbe o Sant’Oscar Romero tengono desta la speranza e indicano una direzione: «far crescere la speranza senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita – non dev’essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore».

La conclusione dell’enciclica ricorda che l’umanità è magnifica perché creata, amata e chiamata alla pienezza in Cristo. La metafora del “costruire” attraversa l’intero documento: la rivoluzione digitale viene presentata come un cantiere nel quale si decide quale mondo stiamo edificando e con quale attenzione agli ultimi. Alla immagine biblica di Babele – con la costruzione segnata dall’autosufficienza, dall’uniformità e dal dominio – va contrapposta quella di Gerusalemme, che vede l’opera paziente di un popolo che ricostruisce i legami, assume responsabilità condivise e orienta la “città degli uomini” alla presenza di Dio.

Pietro di Biase

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