GENITORI IN CRISI? C’E’ LA SOLUZIONE

E’ il titolo del nuovo libro di Leonardo Trione, di cui qui pubblichiamo l’intervista, docente, psicologo e consulente familiare , con sottotitolo “Un libro e un metodo per genitori strategici, 100 edizioni, Roma/Milano.

Dopo un libro sulla coppia e le relazioni all’interno di essa, ora una pubblicazione sul rapporto genitori/figli. Diciamolo francamente: non è facile oggi essere genitori. Quali sono secondo te le cause?

Oggi essere genitori è diventato più complesso non perché siano venuti meno l’amore o il desiderio di educare bene i propri figli, ma perché è cambiato profondamente il contesto in cui si educa. La famiglia non è più l’unico punto di riferimento: i figli crescono immersi in una molteplicità di influenze – social network, gruppo dei pari, modelli culturali spesso contraddittori – che competono continuamente con il messaggio educativo dei genitori.

A questo si aggiunge un fenomeno che numerosi sociologi e studiosi dell’educazione hanno evidenziato negli ultimi anni: l’affermarsi di due modelli genitoriali sempre più disfunzionali. Da un lato, la genitorialità iperprotettiva, che nel tentativo di evitare ai figli ogni sofferenza, frustrazione o fallimento finisce spesso per ostacolarne lo sviluppo dell’autonomia, del senso di responsabilità e della resilienza. Dall’altro, una genitorialità democratico-permissiva che, nel legittimo desiderio di costruire un rapporto fondato sul dialogo, sull’ascolto e sulla comprensione, fatica però a porre limiti chiari e a sostenere con fermezza il proprio ruolo educativo. In entrambi i casi il rischio è simile: evitare il conflitto o viverlo come un fallimento della relazione, quando invece il limite, la frustrazione e persino il conflitto, se gestiti con equilibrio e autorevolezza, rappresentano passaggi indispensabili per la crescita emotiva, affettiva e relazionale di un figlio.

La crisi non nasce da genitori che non si impegnano, ma da dinamiche relazionali che non funzionano più.  È proprio da questa consapevolezza che nasce il mio libro: aiutare i genitori a comprendere come alcune modalità comunicative, pur animate dalle migliori intenzioni, possano mantenere il problema invece di risolverlo.

Sono stato docente per quasi quarant’anni e ho visto reazioni molto forti al “no” e alle regole. Credo che oggi i genitori abbiano bisogno di maggiore ascolto, coinvolgimento, ma anche di proposte di senso della vita. Può essere una strada per aiutarli?

Sicuramente sì. Ascolto, coinvolgimento e trasmissione di valori sono pilastri fondamentali dell’educazione. Tuttavia, da soli non bastano. Se il modo in cui il genitore si relaziona con il figlio è diventato disfunzionale, anche il messaggio più giusto rischia di non essere accolto.

Molto spesso i genitori parlano tanto, spiegano, cercano il dialogo, ma lo fanno all’interno di una relazione ormai irrigidita. In queste condizioni il figlio non ascolta più il contenuto del messaggio, ma reagisce alla dinamica relazionale che si è creata nel tempo.

Le reazioni forti davanti a un “no” o a una regola non sono sempre il segno di una cattiva educazione. Talvolta rappresentano il sintomo di una difficoltà nel tollerare la frustrazione, di un bisogno di autonomia mal gestito o di una relazione che si è trasformata in una continua contrapposizione.

Per questo credo che oggi sia fondamentale aiutare i genitori non solo a capire che cosa dire, ma soprattutto come comunicarlo, quando intervenire e come gestire il conflitto senza alimentarlo. Educare significa costruire una relazione che sappia coniugare fermezza e vicinanza, regole e dialogo, autorevolezza e ascolto.

Genitori e figli: quali sono i tuoi suggerimenti base per creare un terreno favorevole sia all’educazione che al conflitto?

Il primo suggerimento è costruire una relazione prima ancora di pretendere obbedienza. I figli ascoltano molto di più chi percepiscono come una guida credibile che chi si limita a impartire ordini.

Il secondo è essere coerenti. Non servono decine di regole: ne bastano poche, ma devono essere chiare, condivise e mantenute nel tempo. L’incoerenza genera confusione e rende difficile riconoscere l’autorevolezza del genitore.

Un altro elemento fondamentale è imparare a distinguere tra autorevolezza e autoritarismo. Essere autorevoli significa saper dire dei “no” motivati, porre limiti e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni senza umiliare o mortificare il figlio.

Infine, è importante non reagire sempre d’impulso. È importante imparare a gestire le proprie emozioni. Molti conflitti nascono perché il genitore entra automaticamente nel gioco provocatorio del figlio. Fermarsi, osservare la dinamica e scegliere una risposta diversa è spesso il primo passo per interrompere quei meccanismi ripetitivi che mantengono il conflitto.

Il terreno educativo più fertile non è quello privo di problemi, ma quello in cui il figlio si sente accolto, ascoltato e, allo stesso tempo, accompagnato da un adulto capace di dare direzione, sicurezza e fiducia.

Come si può gestire il conflitto?

Il conflitto non è un fallimento educativo. Anzi, è una componente inevitabile di ogni relazione significativa. Il problema nasce quando diventa cronico e si trasforma in un copione che si ripete sempre allo stesso modo: il genitore insiste, il figlio si oppone, il tono si alza e nessuno dei due riesce davvero a comprendere l’altro.

L’errore più frequente è pensare che per risolvere il conflitto basti aumentare l’intensità degli interventi: più richiami, più spiegazioni, più punizioni. Nella pratica clinica osserviamo spesso che è proprio questa escalation a mantenere il problema.

L’approccio breve strategico ci insegna che, quando una soluzione non funziona, continuare ad applicarla con maggiore intensità difficilmente produrrà risultati diversi. È necessario interrompere il circolo vizioso, modificare la modalità comunicativa e introdurre nuove strategie relazionali.

Una delle idee centrali del libro è proprio questa: spesso il cambiamento del figlio inizia dal cambiamento del genitore. Quando un adulto modifica il proprio modo di comunicare, di reagire e di stare nella relazione, cambia inevitabilmente anche la risposta dell’altro.

Giovani, figli e mondo digitale: qual è il tuo punto di vista?

Il mondo digitale rappresenta una delle sfide educative più importanti del nostro tempo. Non possiamo considerarlo semplicemente uno strumento tecnologico, perché oggi è il luogo in cui molti ragazzi costruiscono relazioni, identità, opinioni e modelli di comportamento.

Credo sia un errore sia demonizzare la tecnologia sia delegare completamente ad essa il compito di intrattenere o educare i figli. Il problema non è lo smartphone, ma l’uso che se ne fa e, soprattutto, la qualità della relazione educativa che lo accompagna.

Molti genitori oscillano tra due estremi: il controllo assoluto oppure il totale disinteresse. Nessuna delle due strade è realmente efficace. I figli hanno bisogno di essere accompagnati nell’acquisizione di senso critico, autocontrollo e responsabilità.

Il miglior antidoto ai rischi del mondo digitale non è soltanto una regola in più, ma una relazione in più. Quando un ragazzo trova nella propria famiglia uno spazio autentico di dialogo, fiducia e confronto, sarà molto più preparato ad affrontare anche le sfide del mondo virtuale.

Qual è il messaggio che desideri lasciare ai genitori attraverso questo libro?

Il messaggio che desidero trasmettere è che educare non significa essere perfetti, ma essere disponibili a crescere insieme ai propri figli. Nessun genitore possiede tutte le risposte e nessun figlio nasce con un manuale di istruzioni. Ogni famiglia attraversa momenti di difficoltà, ma ogni crisi può diventare un’opportunità per ripensare il proprio modo di comunicare e di stare nella relazione.

Con questo libro ho voluto offrire non solo una riflessione teorica, ma soprattutto uno strumento operativo fondato sulla mia esperienza clinica e sui principi fondamentali dell’approccio breve strategico.

Il lettore troverà casi clinici reali, esempi concreti, strategie e indicazioni pratiche per affrontare le difficoltà quotidiane con maggiore consapevolezza ed efficacia.

Vorrei che ogni genitore, terminata la lettura, si portasse a casa una certezza: la crisi educativa non è una condanna e non significa aver fallito. È un segnale che invita a cambiare prospettiva e a sperimentare modalità relazionali nuove.

Quando cambiano le dinamiche relazionali, cambiano anche le relazioni. E quando cambia la relazione tra un genitore e un figlio, può cambiare il futuro di un’intera famiglia.

RL

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