La scelta di papa Leone XIV per la 112a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci proietta direttamente in quella valutazione di convenienza che, ancor oggi, anima le coscienze di molti uomini di potere: “Chi dunque è il maggiore?” Chi, agli occhi dell’uomo e della donna del terzo millennio ha più valore, più importanza?
In questi mesi caratterizzati da una isteria collettiva, tante le voci che si sono levate per un maggior controllo delle frontiere, dei valichi, dei “muri” che non hanno saputo contenere la vitalità di migliaia di persone che hanno visto, nel rischiare il viaggio da migranti, forse l’unica occasione di riscatto della propria vita, di quella dei loro cari, dei loro figli.
La prima reazione che cogliamo in coloro che vedono queste persone in grave difficoltà che interrogano la parte più intima delle nostre coscienze, non è stata la sola paura del contatto ma soprattutto quella della prossimità del migrante, anche se fermo a migliaia di chilometri e addirittura in un altro continente.
“È necessario intervenire nei Paesi d’origine per rimuovere le eventuali cause che costringono alla fuga, oltre a offrire protezione e accoglienza nei Paesi di transito e di arrivo.” (GMMR 2026)
I vari tentativi di blandire il cuore di coloro che consentono partenze indiscriminate hanno portato i nostri politici degli ultimi 30 anni a visitare e fare accordi con Paesi da cui provengono i migranti senza accorgersi della moltitudine di umanità fragile che vive le periferie delle grandi città dei Paesi africani, indo-asiatici, ammassati in favelas; persone che hanno lo stesso volto di chi rischia la propria vita sui valichi balcanici o avventurandosi a nuoto per superare un brandello di mare.
Dando uno sguardo ai vari report stilati dal nostro Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali aggiornati al 30 giugno 2026, scopriamo come è lontana la nostra superficiale conoscenza dalla realtà migratoria minorile presente nel nostro Paese.
Il conflitto tra Russia e Ucraina ha inciso per oltre il 15% sulle presenze in Italia di minori non accompagnati, dietro solo all’Egitto, con una percentuale del 33% su un totale di oltre 17.000 minori.
Nel grande marasma di notizie e notiziole che ci parlano di invasioni e delegittimazioni dei nostri valori cristiani, abbiamo due tipi di approccio: indignarsi nei confronti di coloro che “usano” le persone migranti come strumento di destabilizzazione sociale oppure far parte di quelle coscienze anestetizzate dalla banalizzazione del male.
Non è la prima volta che i pontefici esprimono sollecitudine cristiana verso i minori e i piccoli che vivono il dramma delle migrazioni: “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce” (Papa Francesco GMMR 2017).
Oggi l’età dei minori non accompagnati è scesa a 12-13 anni, come abbiamo constatato negli ultimi accadimenti, con tutte le incognite e le insidie cui possono andare incontro nel loro viaggio alla ricerca di un futuro meno segnato da carestie, da conflitti, da persecuzioni e che molto spesso divengono vittime di sfruttamento minorile, riduzione all’accattonaggio, vittime del traffico di esseri umani e di organi.
“Occorre incoraggiare le comunità cristiane all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo.” (GMMR 2026)
Non possiamo limitarci a delegare questo compito a istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno. Occorre, quindi, ritornare a parlare della Misericordia cristiana, formare al mondo delle migrazioni le comunità ecclesiali per poter ritornare ad esprimere quel senso di accoglienza che abbiamo smarrito nel corso degli ultimi decenni, da quando abbiamo relativizzato il nostro modo di vivere alla luce di un consumismo asettico, senza empatia, banalizzando il nostro essere cristiani e riducendolo al solo numero dei partecipanti alle nostre espressioni esteriori di culto tradizionali.
“In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli dei migranti, e promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia.” (GMMR 2026)
Una delle cause dell’integralismo va ricercata nella ghettizzazione a cui sono costretti i giovani, a volte non per propria scelta, in qualunque espressione religiosa si riconoscano, ancor di più se migranti in Paesi che non conoscono e nei quali sentono diffidenza e distacco nei loro riguardi.
Stiamo dimenticando che ognuno di questi piccoli ha un vissuto, una terra di provenienza, un dolore da portare con sé nell’abbandonare il proprio Paese, di essere divisi dai propri cari, hanno un sogno e una speranza che hanno tracciato un sentiero nei loro cuori…e molto spesso non hanno la famiglia a garantire sulla loro crescita, a difenderli dalla crudeltà di persone senza scrupoli nelle cui mani cadono con estrema facilità. I bambini migranti hanno nella loro vitalità quella stessa voglia che ha animato i nostri tanti connazionali emigrati (e che ancora emigrano), partiti alla ricerca di un futuro meno problematico.
“(Mt 18) Nell’orizzonte delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa.” (GMMR 2026)
Occorre realmente mettersi in cammino con loro alla ricerca di soluzioni che sono tutte alla nostra portata; soluzioni che riguardano l’accoglienza, l’istruzione, l’empatia, l’inserimento nel nostro tessuto sociale mediante la conoscenza della lingua e dei costumi condivisibili.
“Le comunità di fede sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali, prevenendo il rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremistici. Proteggere un minore significa, in ultima istanza, custodire l’impronta divina impressa in lui.” (GMMR 2026)
E chiudendo con le parole del papa: “Affidiamo i minori migranti e rifugiati alla materna protezione di Maria Santissima che, insieme a San Giuseppe e a Gesù, ancora bambino, conobbe la ferocia della violenza di Erode e il dramma dell’esilio in Egitto; sia Lei ad accompagnare i loro passi e ad aiutare le nostre comunità a diventare segni vivi e credibili del Vangelo. “(GMMR 2026)
…con il nostro aiuto e la nostra volontà di riscoprirci portatori di Cristo e del Suo Annuncio!
Riccardo GARBETTA
Direttore Ufficio MIGRANTES
