Il 1 ottobre del 2000 Padre Raffaele Di Bari, sacerdote comboniano, nativo di Barletta, da molti anni in Uganda, fu ucciso mentre si recava in un villaggio per celebrare la santa messa.
In diocesi la sua figura sarà ricordata dalla parrocchia San Paolo Apostolo in Barletta il 1 ottobre 2026 con una serata di preghiera in collaborazione con il Centro Missionario Diocesano (codirettori Sac. Leonardo Gaudioso, Sig.ra Concetta Di Pace, Sig. Gennaro Leone):
- ore 18.30, rosario;
- ore 19.00, santa messa presieduta da don Leonardo Gaudioso;
- ore 19.45, adorazione eucaristica animata sempre dal Centro Missionario Diocesano,
In vista di questo anniversario, “In Comunione”, mensile ufficiale dell’Arcidiocesi, sull’ultimo numero 6, agosto-settembre 2026, alle pp. 14-15, ha pubblicato un’intervista a suor Hellen Manano, che era con Padre Raffaele quel 1 ottobre, assieme ad altri, nella macchina, per andare in un villaggio a celebrare la santa messa.
L’iniziativa (la serata presso la parrocchia San Paolo e la condivisione dell’intervista si inseriscono nell’ottobre missionario, dalla Chiesa dedicata alle missioni, che quest’anno ruota attorno al tema “Uno in Cristo, uniti nella missione”.
«VI RACCONTO QUELLO CHE ACCADDE QUEL 1 OTTOBRE 2000»
Intervista a sr. Hellen Manano. Aveva 28 anni, quando con altri sette, era in auto con padre Raffaele Di Bari, al momento dell’imboscata, nella quale il sacerdote comboniano, nativo di Barletta, fu ucciso.
Grazie sr. Hellen par avere accettato di rilasciare a In Comunione questa intervista. Che cosa accadde quel primo ottobre del 2000?
Sono sr. Helen Manano, faccio parte di una piccola congregazione di suore. E innanzitutto la mia storia inizia così. Il primo ottobre del 2000 ero con padre Raffaele, abbiamo lasciato il nostro piccolo centro di Pajule per andare a celebrare la messa in unacappella della tribù Acholi. Il giorno precedente il padre mi aveva chiesto di accompagnarlo, mi chiese di avvisare anche altri giovani e altri catechisti
Quindi, ovviamente noi ci stavamo recando come al solito verso la piccola cappella e dovemmo passare in una postazione occupata dall’esercito. E in quel momento Padre Raffaele era uscito dall’auto per incontrare il generale maggiore, che si chiamava Kinyera, per chiedergli quale fosse la strada corretta appunto per raggiungere la cappella senza il pericolo, per evitare di incontrare i ribelli. Il generale aveva assicurato padre Raffaele che non c’erano problemi per attraversare quella strada con la macchina, quindi c’era via libera.
Quindi abbiamo continuato il nostro viaggio in una maniera comunque normale. Appena abbiamo lasciato il centro di Pajule siamo entrati in un posto chiamato Korbalo e successivamente ci siamo spostati.
Come abbiamo iniziato a salire un pendio elevato, ho sentito subito il primo colpo di pistola, il primo sparo, poi ne è arrivato un secondo, e poi ne ho sentiti tanti altri, verso la nostra macchina. Poi ho sentito Padre Raffaele urlare e piangere. Parlava con i catechisti. quindi spostò l’autovettura verso il lato della strada. Una ragazza, una signora catechista mi aveva detto di aprire la porta dell’auto e di riparaci nei cespugli.
Sono subito uscita fuori dalla macchina e mi sono tuffata nei cespugli proprio per proteggermi. Nel correre verso i cespugli pensavo che ci fosse dietro di me anche la catechista. Ma lei era corsa in un’altra strada, in un’altra parte. E padre Raffaele in quel momento era già stato sparato ed era morto in macchina. Quando lei stava urlando, ormai padre Raffaele era stato anche sparato in testa, vedevo tutto il corpo, coperto di sangue. Ma quando mi sono controllata i miei vestiti e le mie mani, ho visto che non c’erano colpi di pistola. Poi sono corsa verso un altro villaggio. Ho chiamato alcune persone, riferendo che noi eravamo caduti da un’imboscata con padre Raffaele. Successivamente sono stata soccorsa. Intanto si era sparsa la voce che padre Raffaele era stato sparato ed era ferito a morte. Arrivati i soccorsi all’auto di padre Raffale, essa era stata bruciata, fu portata al centro.
Sull’auto eravamo in otto: tre avanti con padre Raffaele e dietro cinque giovani (un ragazzino con altri quattro più grandi). Padre Raffaele è stato l’unico a morire! Quando ci fu l’assalto, i ragazzi si accovacciarono sul pianale della macchina. E quando sono arrivati i militari, hanno visto i ragazzi stesi ancora a terra, li hanno intimati di uscire fuori dall’auto, di inginocchiarsi e vedere l’auto prendere fuoco con Padre Raffaele dentro.
I militari erano governativi o ribelli?
È difficile da spiegare perché ovviamente era una zona di attrito tra i due. Ovviamente noi pensavamo di chiedere appunto permesso per sapere se la strada fosse libera proprio ai militari del governo. Ciò che ci fa credere che siano più dei ribelli è perché hanno preso appunto i tre ragazzi, li hanno portati nel bosco anche nei cespugli e solo uno è riuscito a sopravvivere. Gli altri due sono ancora dispersi, quindi diciamo che probabilmente erano ribelli.
Ma i ribelli conoscevano Padre Raffaele oppure hanno visto passare la macchina e l’hanno sparata, assaltata? Insomma, hanno aperto il fuoco perché sapevano che c’era Padre Raffaele?
Lo sapevano benissimo che fosse Padre Raffaele e sapevano benissimo chi fosse appunto dentro a quella macchina, tant’è che gli hanno tolto anche affetti personali tra cui l’orologio e hanno bruciato volontariamente la macchina sapendo chi ci fosse dentro, quindi sapevano anche questo.
Padre Raffaele provava a mediare. Chiedeva ai militari del governo di evitare di appunto compiere scorribande contro i ribelli e alcune volte mandava anche del cibo ai ribelli giusto per ovviamente supportarli con il cibo, non per supportare i ribelli. Quindi sapeva benissimo la situazione, soprattutto nel momento in cui c’è stato l’agguato.
Ci sono stati dei frutti a seguito di questa morte, di questo martirio.
Padre Raffaele ha aiutato tre villaggi e in questi tre villaggi ha fatto cose grandiose e splendide e di sicuro tutti lo ricordano, soprattutto in quel periodo venne molto ricordato proprio per gli aiuti che aveva dato. Quindi sì, ci sono stati dei frutti, ricordiamo appunto i tre villaggi che ha aiutato a salvare.
Nei luoghi in cui ha lavorato la gente lo ricorda soprattutto per le vocazioni. Ci sono molti preti e suore, quindi di sicuro è ricordato.
Anche la gente locale lo ricorda in maniera benevola poiché è stata aiutata dal Padre: l’insegnamento della coltivazione del riso, ad esempio. Inoltre ha portato dei macchinari, ovviamente moderni per l’epoca, così possano anche produrre cibo, produrre anche cose da sé, quindi la gente lo ricorda molto bene.
Inoltre ha anche costruito molte chiese e non c’erano in questi villaggi chiese come le abbiamo in Italia. Quindi con il supporto di alcuni suoi amici qui in Italia e con i suoi stessi soldi ha costruito per lo più delle piccole cappelle, noi le chiamiamo appunto cappelle stazionali, proprio come delle stazioni, e le ha costruite tutte con i suoi soldi e con l’aiuto sia della gente locale che di alcuni italiani.
Lo adorano soprattutto perché amava battezzare, soprattutto i bambini. Infatti la gran parte della popolazione che c’è è stata battezzata da lui. E proprio quel giorno noi ci stavamo recando nell’altro villaggio per sostenere un battesimo. Inoltre lui adorava parlare sia con i giovani ed anche con le persone anziane poiché adorava l’intrattenimento e stare con la popolazione locale. Quindi tutti lo ricordano come un uomo gentile che adorava stare in mezzo alle persone. Era un uomo di pace e di dialogo anche con i musulmani.
Ciò che l’ha ucciso è stato proprio il voler portare la pace e gli insegnamenti dell’amore predicati da Gesù. Per fortuna i preti, anche se si sono susseguiti, alcuni si sono ammalati, altri sono morti di vecchiaia, hanno sempre voluto portare la pace. I frutti di questa pace la stiamo vedendo soprattutto nei preti più giovani che continuano ad auspicare ad una pace tra le due fedi.
Una ragazza che era con noi nella macchina dopo quell’evento ha volontariamente preso il percorso da suora, ha scelto di diventare una suora e in quel periodo non studiava. E dopo il sesto anno, perché in Uganda si va fino al sesto anno, appunto, è entrata all’interno del convento, è riuscita a diventare suora e adesso è all’università. E ha anche una laurea in educazione.
Quindi tutto ciò che è stato portato, la lotta di Padre Raffaele ha avuto dei frutti. La gente lo ricorda benissimo e molti provano, diciamo, anche ad imitarlo nei gesti poiché è stata una figura unica nel nostro paese.
C’è anche un altro prete che all’epoca, appunto, studiava con Padre Raffaele, adesso si trova a Roma e studia e continua, diciamo, il percorso di Padre Raffaele. Qualche volta è venuto anche qui a Barletta e sa di tutta la situazione. Si chiama padre Leonzio
È uno di quei ragazzi che è stato aiutato con i soldi personali di Padre Raffaele. E lui ha aiutato anche molte scuole, infatti quando iniziava l’anno scolastico era lui che pagava la retta scolastica e anche dava i piccoli stipendi ai professori.
Forse non lo sai, ma ho avuto modi di intervistare Padre Leonzio, il quale mi ha riferito, ma lui prima non ne era a conoscenza, l’ha saputo dopo la morte, che Padre Raffaele gli pagava gli studi per diventare prete. Lui non lo sapeva, però poi i padri gliel’hanno detto! (cfr. intervista a padre Leonzio, In Comunione, n. 7, settembre-ottobre 2025, p.17)
Riccardo Losappio
*Si ringrazia Davide Piccolo ( a destra nella foto) per essersi reso disponibile a fare da interprete durante l’intervista effettuata il 30 maggio 2026, presso la parrocchia San Paolo Apostolo

